Mamma!

1 maggio 2020. Nasce una nuova rubrica dal titolo "Mamma!" che ripercorre ogni settimana il racconto autobiografico del soldato di fanteria Enrico Giorgini. Un viaggio avvincente, carico di emozioni, immaginario per molti aspetti ma che ci fa compagni di viaggio di giovani ragazzi come noi strappati all'affetto dei loro cari dalla chiamata alle armi del 1939. 

1. Fino all'armistizio dell'8 settembre 1943

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SESTO RACCONTO 

Tanto gentile e tanto onesta pare (8 agosto 1942)

Il crepitio della legna che nel fuoco si consuma rompe a tratti il silenzio di questa calda sera di agosto. Il calore delle fiamme, che alte si stagliano nel buio, crea un gioco di chiaroscuri sui nostri volti ancora giovani, sembriamo tutti dei quadri dipinti, tipo quelli delle grandi chiese, illuminati dai candelabri dorati che fanno svettare in cima un lumino orgoglioso. Un sabato sera così sereno era da tanto che non lo passavamo, qui in questa compagnia. C’è un’aria di festa e di sollievo. Fra una settimana ci spostiamo a sud, in Montenegro, alle Bocche di Cattaro. Da Roma è arrivata la risposta dei generali. Troppe perdite, il fosgene, da cui mi sono salvato, ha dato il colpo finale e il sipario è finalmente caduto su questa missione suicida. Solo ringrazio Dio che sono ancora vivo. Me la sono vista brutta due volte.

Una serata tra amici, con un po’ di vino arrivato dall’Italia. Rosso. Come le nostre guance che dopo tutte queste ore si sono rosolate al caldo fuoco che arde in questa terra dalmatica. Rosso come il sangue di tanti compagni che qui hanno trovato il biglietto di entrata per l’altra vita. La guerra, le armi, il sangue ti tolgono il respiro, ti tolgono i pensieri, e rimani lì silenzioso su te stesso e sul tuo futuro. Eroe di una battaglia che nessuno forse mai conoscerà. Eroi dentro. Eroi di una storia nella quale ci hanno catapultato, cavalieri con medaglia al merito, per non esserci fatti troppe domande, e per essere rimasti. Oh, che bello questo fuoco, e le scintille che ogni tanto brillano e scompaiono nella notte.

Giovanni, il professore della nostra compagnia, uno dei pochi che ha studiato, che sa le cose, stasera è in vena. Sarà stato il vino, o sarà che finalmente dentro di lui qualcosa si è sbloccato. Lo vedo sorridere. Lo vedo leggero. Non è qui. Il suo cuore è altrove. È a casa. Sereno può respirare e spandere tutto quello che ha dentro. Ogni tanto rompe il silenzio, lasciandoci tutti a bocca aperta, declamando qualche verso che si porta nel cuore. Noi soldati da quattro soldi, poveri ignorantelli, rimaniamo estasiati dalle sue poesie, che lui dice non essere sue, ma a noi sembrano uscirgli direttamente dal cuore.

“Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia , quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven, tremando, muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare”. Che bello questo verso, mamma! Mi ricorda il tuo volto, il tuo modo di essere, il tuo stile, la tua presenza, mite ma imponente. Lì in ogni angolo della casa. “Ella si va, sentendosi laudare, benignamente e d’umiltà vestuta, e par che sia una cosa venuta dal cielo in terra a miracol mostrare”. Sono i versi più belli che abbia mai potuto pensare guardando il tuo volto. Venuta in terra a mostrare il miracolo della bellezza, della gentilezza, della bontà. Così camminando quasi a mezz’aria, nei campi, raccogliendo il prezioso grano che io e il babbo abbiamo seminato e curato tutto l’anno. Leggera ed esperta tra le mura della cucina mentre prepari con fantasia piatti sempre nuovi.

“Mostrasi sì, piacente a chi la mira che dà per li occhi una dolcezza al core, che ‘ntender no la può chi non la prova”, come quando sotto casa le tue amiche venivano a salutarti, e ogni pretesto era buono per passare del tempo con te. Non c’è santo che tiene, quando di passa sotto casa “de’ la Maria” una parola va scambiata, quasi un porto sicuro, un tetto sotto il quale si può sempre trovare riparo. “…e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira!”. Io non le conosco queste poesie, ma mentre Giovanni le dice, provo dentro di me una sensazione come se le conoscessi da sempre, sono così vere queste parole, così belle, così reali che quasi mi stavano per uscire di bocca. Che sensazione strana mamma! Come se qualcuno riuscisse e dire con parole nostre, quello che provi dentro. E io penso a te, che sei questa donna tanto gentile e onesta verso tutti noi. Così ti porto con me lungo tutte le mie giornate, nelle missioni che facciamo, che non hanno nulla di gentile, e a volte, purtroppo neanche nulla di onesto.

Ti porto come un faro come una luce, perché il buio che sovrasta tutta questa storia di guerra non mi mangi e mi trasformi nella stessa oscurità, mentre marcio, mentre impugno il fucile pronto a far fuori chiunque non si fermi, mai ho perso la coscienza che tu sei la mia luce, che io non sono nato per questo, ma dentro di me c’è una luce accesa da te, luce miracolosa che tu hai innescato dandomi la vita. Tu e il babbo.

E così anche questo fuoco, che si sta spegnendo, segno che è ora di dormire, mi ricorda che la nostra missione non è finita, che altro buio, forse più cupo, mi aspetta in terre ancora più insidiose. Ma questo buio, stasera, non mi fa paura perché ha acceso una lucina dentro di me, la tua. Giovanni ha detto che si chiama Dante quello che ha scritto questi versi, li ha scritti pensando ad una donna, alla sua amata, Beatrice. Io ho conosciuto tante amate, tanti sguardi hanno impresso un segno nella mia anima, tante braccia sfiorate, e labbra baciate, nei tempi più giovani, ma nessuna di quelle mi ritorna in mente. Non sono loro la mia luce. Sei tu.

Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia.

2. Prigioniero dei tedeschi a Minsk

3. In Russia per morire

Enrico. Si chiamava Enrico. Lui non è un partigiano, è stato un soldato chiamato alle armi il 1 aprile del 1939, giorno del suo compleanno. Che bello nella sua divisa...consunta..rassettata con un bottone diverso! Lui non l'ha nemmeno visto quel 25 aprile 1945. Era già morto da diversi mesi. Chissà sua mamma, che ha ricevuto la notizia molti mesi dopo, che giorno avrà vissuto! E sua sorella, mia nonna, non vedendo tornare il fratello. Perché tornavano! Sai che festa! Così all'improvviso, in quei piccoli villaggi contadini...poverissimi...sai che festa!

Lui non l'ha visto quel 25 aprile, già freddo dentro qualche fossa comune in Russia! Così dicono...gli atti sovietici tolti dal segreto nel 1989...la Russia ai tempi iniziava dalla Polonia...figuriamoci! Sì perché quando quel 3 dicembre 1941 sbarcó a Spalato...chissà se pensava che avrebbe girato il mondo! Ahimè...dal suo villaggio silvestre vicino a Lisciano Niccone al confine tra Umbria e Toscana...fino alla Dalmazia...e poi fino a Minsk!!! E chi l'aveva mai sentita...ai tempi scendere a Tuoro e a Passignano con il somarello era un viaggio. Ma il destino è stato un altro. Tragico per il 129 reggimento fanteria! Il suo!

Quando l'8 settembre il Re piccolo...povero re...cambiò casacca...tutti i soldati si ritrovarono a spalla col nemico tedesco, prima amico! E che fecero? Lui non ebbe dubbio...dalla parte del suo babbo e della sua mamma Maria...che purtroppo era già morta da tempo, giovanissima..ora ne aveva un'altra, ma non importava!!! Dalla parte dei poveri! Fu fatto prigioniero per questo è portato in un campo di concentramento con circa 3099 disertori come lui! A Minsk territorio di Hitler...a fare lo schiavo...e poi quel 7 luglio 1944 liberato dai russi del Baffone e fatto schiavo di nuovo. Merce di scambio! Morto di freddo in Russia! Non era un partigiano...mio zio Enrico, non come mio nonno Ettore! O i miei zii! Beh lo è stato molto di più! Riposa in pace Enrico. Si chiamava Enrico.