5 maggio 2020. Nasce la rubrica "èghertè, ηγέρθη", traslitterazione italiana del termine greco che gli evangelisti usano nei testi della Risurrezione di Gesù. Questo spazio è dedicato alle riflessioni sulla fede come apertura del nostro anelito trascendente verso Colui che vive la Trascendenza

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Quarto articolo

La salvezza in un Nome: la Resurrezione nella vita 

Nel precedente articolo abbiamo trattato la relazione che può sussistere tra scienza e verità di fede: nello specifico passando sotto la lente dell’analisi scientifica con il suo metodo appropriato di indagine, un reperto storico tanto caro alla fede che riporterebbe la prova inconfutabile della Resurrezione di Cristo. Rimando al precedente lavoro tutta la trattazione, non nascondendo il reale stupore che provo quando mi confronto con i dati scientifici riguardanti la Sacra Sindone: è davvero strabiliante che l’immagine si sia impressa per un effetto, oggi forse mimato e quindi validabile, noto come effetto corona, sicuramente non riproducibile in maniera artificiale né ai tempi di Gesù, né men che meno ai tempi del Medioevo, datazione iniziale del nostro oggetto in questione. Senza dubbio la scienza, con il suo rigore verificazionista, deve mettere i remi in barca di fronte ad una evidenza del genere, o meglio ancora, deve intraprendere un cammino analitico su questo reperto molto più approfondito, che non faccia riferimento solo ai risultati scientifici che vengono elaborati da quella o quell’altra macchina innovativa; bensì, che tenga conto di una direzione spirituale della propria ricerca perché venga instradata a cercare quello che realmente è bene cercare

Questo concetto, che forse sembra astruso, è stato sostenuto nel 5° secolo a.C. dal grande Aristotele, il quale rispondendo a chi, già a quei tempi, professava la totale libertà d’azione della scienza su tutte le altre discipline, problema annoso quindi, rispose con tre argomenti assolutamente efficaci, in un piccolo, si fa per dire, discorso tra amici: il Protreptico. Tra le tre argomentazioni, davvero geniali e innovative, l’ultima è quella che mi impressiona di più, che credo sia la più attuale e al contempo anche quella su cui si può verificare il maggior scontro tra idee: la scienza giunge a delle aporie, naturalmente nel processo di ricerca si incontrano dei punti di arresto, degli ostacoli, i quali se da un lato potrebbero scoraggiare e inficiare quindi tutta l’analisi, dall’altro lato potrebbero indurre a un meccanismo di involuzione per cui la scienza spiega se stessa, cosa inaudibile in quanto non può essere il modo in cui ricerco, lo scopo stesso della mia ricerca: starei di fatto ricercando il nulla.

Aristotele, procedendo con una logica unica, dimostra che invece la filosofia e quindi tutto ciò che riguarda il pensiero deve essere a servizio della scienza e fornire ad essa, soprattutto nelle fasi di empasse, la giusta direzione per procedere avanti, l’interpretazione epistemologica dei dati reali letti alla luce dell’essenza che l’uomo ne può comprendere. Così pure per la Sindone, e chiudiamo questa prima parte: accantonate le idee di un falso, davvero difficili da sostenere, senza paura di cadere in un fideismo, dovremmo procedere ad una analisi incrociata della Sacra Scrittura con il reperto storico e arricchire le nostre conoscenze quasi come in uno specchio: l’una che illumina l’altro.

Ma, come dicevamo nella parte finale dell’articolo, la fede non è frutto di una dimostrazione scientifica. Benché molti di voi siate rimasti impressionati dalle scoperte che sul sacro telo sono state fatte, scoperte che puntano il dito alla conferma dell’evento della Resurrezione di Gesù, questo non vi ha evitato di rimanere nel dubbio, nell’incertezza riguardo l’esistenza di Dio, riguardo all’adesione morale che della nostra vita potremmo fare alla sua volontà: possiamo anche essere sicuri che davanti a noi c’è il telo che ha ricoperto Gesù nei giorni della sua sepoltura, e che da questo telo egli è stato risuscitato, ma questo ha cambiato poco e niente la nostra attitudine morale, se non per un iniziale e giustificato stupore.

Questo avviene perché, come sappiamo, la fede è opera della predicazione, san Paolo sottolinea, per opera della stoltezza della predicazione, stoltezza che risiede nella totale subordinazione dell’annuncio che viene dato, annuncio che salva il mondo, a chi lo riceve: il quale, di fatto, può riceverlo o anche rifiutarlo. La predicazione quindi e la salvezza che ne deriva non sono una prova matematica della presenza di Dio nella nostra vita, ma sono l’esatta dimensione della libertà con cui noi uomini e donne siamo chiamati ad aderire a qualcosa. Dio non ha voluto umiliare la nostra libertà, ma l’ha esaltata a tal punto che c’è chi può ricevere questo annuncio e vedere risuscitata con Gesù la propria vita, e c’è chi di fatto può rimanere insensibile a questo annuncio o addirittura contrario. L’annuncio è lo stesso, è il cuore dell’uomo entro cui si cala che cambia. E lo scopo di Dio, il senso dell’Incarnazione è arrivare proprio dentro il cuore dell’uomo. Cosa se ne fa Dio delle nostre deboli preghiere, opere, adesioni superficiali e apparenti, quando il nostro cuore soffre perché lui non ne è il proprietario… ma un ospite di un giorno, ogni tanto!

Ci aiuta non poco per comprendere questo, un passo della lettera ai Romani (10,9):” se confesserai con la tua bocca che Gesù Cristo è Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo!”. La salvezza che viene da un nome non da qualcosa di dimostrabile, di validabile tramite un sistema di leggi. Il nome di Gesù, Signore e Risorto, salva la nostra vita. Professare il suo essere Signore e credere nella sua Resurrezione eterna, prototipo della nostra, ci darà l’esatta conferma della nostra salvezza.

Nei tre inni cristologici che troviamo nella lettera ai Colossesi, ai Filippesi e agli Efesini, verosimilmente scritte dalla prigionia romana che vide Paolo in attesa per molti anni nella Città Eterna, quasi agli arresti domiciliari, troviamo una splendida professione di fede e di forza salvifica nel nome di Gesù: “Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre!”. Nel nome di Gesù, il Salvatore, viene aperto l’accesso alla salvezza operata di mezzo a noi dallo stesso Figlio della vergine Maria. Un nome potente, unico, un nome che ha illuminato tutta la storia dell’umanità.

La teologia del nome di Gesù trova nel corso della storia della Cristianità una profonda analisi, tanto da produrre quella splendida tradizione, spiccatamente orientale, sull’invocazione ritmata e ripetuta del nome di Gesù, Figlio di Davide, chiedendo nel suo nome pietà per i nostri peccati. Ora, dobbiamo subito sgombrare il capo da qualsiasi credenza magica-: non è un nome esotericamente parlando che può salvare l’anima di una persona. Un nome non è altro che un flatus voci, una emissione sonora della nostra bocca, ma la fede che l’uomo ripone in quel nome. La potenza che nella mia libertà associo a quel nome: egli è il Signore e il Risorto!

Signore fa riferimento alla potestà di Gesù su tutto ciò che comanda nella nostra vita: molte sono le potenze interne a noi, e indubbiamente anche esterne, che inficiano la nostra attività e che ci portano a cadere nel peccato, a scadere nella scelta più rapida e più interessata, che molto spesso fa a meno del bene degli altri. Il nome di Gesù come Signore scansa tutte le suggestioni del male che riducono il nostro orizzonte alle nostre possibilità umane, segnate dalla concupiscenza della carne, dall’eredità lasciataci dalla diffidenza originaria che ci caratterizza: la dottrina cristiana ha chiamato questo andamento della nostra anima con il termine di peccato originale. Egli è il Signore di tutto ciò che su questa terra cerca di prendere il suo posto.

Per suggellare questa sua potestà, egli ha dato una prova sicura del suo interessamento verso di noi tramite la sua Passione, morte e Resurrezione. Il nome di Gesù Risorto ci identifica come popolo in cammino verso il Cielo. Professare la fede nella Resurrezione significa credere in una vita che non si dispiega solo per opera della mia razionalità, che troppo spesso deve fare i conti con la mia fragilità e di quelli che ho intorno. Credere nella Resurrezione di Gesù, e non in una ipotetica resurrezione astratta, ci permette di superare, di vincere già in questa vita gli ostacoli che ogni giorno si pongono dinanzi a noi, e che ci allontanano apparentemente la vita del Cielo.

In questo senso ci illumina la prima lettera ai Corinzi che al passo 12,3 ci ricorda: “Nessuno può dire Gesù Cristo è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo”. Azione di vita che procede dal Padre e dal Figlio, e che continuamente ci certifica la verità della nostra vita in relazione a Dio. L’Ascensione di Gesù al Cielo con il suo vero corpo fa scaturire da Dio la pioggia dello Spirito, è tanto l’amore della Trinità per la sua creatura, per l’uomo, che vedendo l’incarnazione mirabile del Figlio Gesù tornare, in maniera figurata e plastica poiché Dio non risiede in un luogo, ma in un modo diverso di vivere che quindi non necessita di un luogo quadridimensionale, fuori quindi dallo spazio-tempo, un po’ come la luce (non a caso san Giovanni nella sua lettera ci dice che Dio abita la luce, Dio è luce), scende ad abitare con i suoi credenti per essere la conferma continua dell’amore del Padre e del Figlio nella sua Chiesa.

Lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa, e contemporaneamente anima la Chiesa in tutti i suoi fedeli e li porta a compiere opere di vita eterna, a realizzare già la Resurrezione su questa terra, in mezzo alle vicende temporali del nostro secolo. Lo Spirito Santo è il termine di paragone che attesta al nostro spirito, alla nostra anima, a ciò che si muove dentro di noi, sottoforma di pensieri, desideri e quant’altro, che siamo figli di Dio e se figli siamo anche eredi, coeredi di Cristo. In conclusione, è questo, detto con parole sgrammaticate, il processo attraverso cui la fede nasce nel nostro cuore, un seme che gettato dentro di noi dall’ascolto della Parola di Dio, viene tenuto dritto dallo Spirito Santo e annaffiato costantemente dalla vita della Chiesa che nutre il suo popolo di sacramenti e di Parola.